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Il padrino Giuseppe Giampà si è pentito perchè aveva paura

giovedì, 29 agosto 2013

giuseppe-giampE' trascorso quasi un anno da quando Giuseppe Giampà, dopo il suo arresto nell'operazione "Déjà Vu", ha iniziato a collaborare con la giustizia. In un colloquio con la moglie nel carcere manifestò preoccupazione per la situazione che si era creata in città

Sono trascorsi 25 mesi e 8 giorni dal momento in cui Giuseppe Giampà, figlio del boss Francesco soprannominato il "professore", fu sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Squadra Mobile di Catanzaro, poi trasformato in custodia cautelare in carcere nell'ambito dell'operazione "Déjà Vu". Insieme a lui, con l'accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di due imprenditori, G. C. e A. C. impegnati nella realizzazione di complessi edilizi in città, furono fermati Domenico Chirico, Angelo Torcasio e Battista Cosentino. Questi ultimi, dopo pochi giorni dal loro fermo, decisero di diventare collaboratori di giustizia, incominciando così a delineare gli scenari delle organizzazioni criminali lametine nei diversi settori dell'economia locale, sgretolando quel muro di omertà che circondava la cosca Giampà.
Dichiarazioni che contribuirono inoltre a delineare lo scenario giudiziario che il 26 giugno del 2012 si tradusse nell'importante operazione "Medusa", che portò in carcere ben 35 persone tra capi, gregari ed affiliati all'omonima cosca. Tra i destinatari del provvedimento anche il "professore" e Giuseppe Giampà che, dopo 13 mesi dal suo primo arresto, decise di diventare anche lui collaboratore di giustizia "svelando" tutti gli affari della cosca di cui era diventato "il padrino", dopo la scissione all'interno della stessa famiglia con lo zio Vincenzo Bonaddio, anche lui finito nel vortice delle inchieste "Medusa" e "Perseo".

Ma perché l'ex padrino ha deciso di trasformarsi da «pericoloso e cruente criminale» che sentenziava la morte degli avversarsi, in un collaborate ai giustizia svelando così il perverso intreccio malavitoso? Un interrogativo al quale tutti cercano di dare una risposta, anche perché nei verbali, così come hanno fatto gli altri collaboratori, non ha mai spiegato il motivo della sua scelta di diventare un collaboratore di giustizia.
Giuseppe Giampà, probabilmente, ha deciso di abbandonare la famiglia di appartenenza e diventare un "assistente" dello Stato perché anche lui, come gli altri pentiti, temeva delle ritorsioni, delle vendette da parte delle cosche avversarie o addirittura dall'interno della stessa famiglia. Un aspetto, questo, che emerge da un colloquio avvenuto all'interno del carcere di Siano con la moglie Francesca Meliadò, ancor prima di essere raggiunta dal provvedimento restrittivo nell'ambito dell'operazione "Medusa". In questo colloquio, infatti, la moglie manifesta di avere paura per «Mario» e confessa di non dormire la notte. Per questo il marito le suggerisce di dire a Mario» di andarsene da Lamezia. Probabilmente «Mario» è un parente della Meliadò che temeva per la sua incolumità personale e non solo.
Durante il colloquio marito e moglie mostrano forte preoccupazione per la situazione che si era venuta a creare in città. Ma a spingere Giuseppe Giampà a diventare un "servitore" della giustizia, oltre a temere per la sua incolumità e quella dei parenti, sono state anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori, soprattutto quelle di Saverio Cappello che lo accusava di essere coinvolto in più azioni omicidiarie così come è emerso dagli atti di "Perseo", che lo vedono mandante di diversi omicidi compiuti in città dal 2004 al 2011.
Giuseppe Giampà ha deciso di diventare collaboratore di giustizia dopo circa 13 mesi dal suo arresto, ed esattamente il 6 settembre del 2012, chiedendo «tramite un familiare di essere sentito, in quanto è mia volontà iniziare un rapporto di collaborazione con la giustizia».
Le dichiarazioni di Giuseppe Giampà hanno consentito alla Dda di Catanzaro, ma soprattutto agli uomini della sezione della criminalità organizzata della Squadra Mobile di Catanzaro, di scoprire «una holding criminale con svariati rami d'azienda, truffe, droga, estorsioni, a cui partecipavano anche professionisti come medici, avvocati, periti e con legami con la politica».
Una cosca quella dei Giampà che per anni, così come emerge dal materiale probatorio che sorregge i molteplici provvedimenti emessi, ha imposto «il dominio soffocante e oppressivo del territorio lametino, da sempre al centro degli interessi, spesso contrapposti, di cruente organizzazioni mafiose la cui sete di potere, di fatto, ha finito con l'impedire alla popolazione civile e agli onesti operatori commerciali l'esercizio di quelle libertà fondamentali, di scelta, di iniziativa economica, di voto, che sono patrimonio irrinuncia bile dell'uomo».
Giuseppe Giampà, fino al giorno del suo arresto, era "Padrino" della omonima cosca, ed aveva «l'autorità, in quanto figlio de "U Prufissuri" di prendere ogni decisione finale, anche in ordine al compimento di azioni omicidiarie per conto della cosca, di dirimere controversie tra gli affiliati, di gestire il controllo del territorio in generale e il traffico degli stupefacenti in particolare e, a partire dal gennaio 2011, di gestire tutte le estorsioni sul territorio di competenza (Nicastro) e zone limitrofe nonché di ordinare omicidi, costituendo altresì importante elemento di collegamento con la ramificazione del "locale" sito in Giussano, in provincia di Milano, attraverso i rapporti privilegiati con Antonio Stagno, soprattutto per l'approvvigionamento di armi e droga».
Un soggetto al quale si rivolgevano in molti anche per compiere atti intimidatori ed omicidi. Come nel caso di un politico che «si rivolse a lui per compiere un atto intimidatorio» o di un soggetto, parente di un altro politico, che si rivolse sempre a Giampa, come riferì in un interrogatorio Angelo Torcasio, «per eliminare una persona che essendo gestore di una ditta di videopoker, faceva concorrenza, dando fastidio, a un altro commerciante del settore amico di Giuseppe Giampà». (Gazzetta del Sud - G.na.)

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